Xie yu fei (tirocinio di italiano a stranieri, vol. 1)

“Il cinese fuori casa mia ha tutto”. Chiunque legge capisce facilmente questa frase. Il negozio vicino casa mia, e i cui proprietari sono cinesi, vende di tutto. Non so chi siano i proprietari, e non mi interessa saperlo. Sono cinesi, e chiamarli così sembra il modo più facile per individuarli. Anche se poi vado “Da Giovanni” (il pollivendolo) “Da Marco” (la cartoleria)”, “da Umberto” (il parcheggiatore abusivo), “dalla signora Rosa” (la fioraia).
Qualche settimana fa ho iniziato un tirocinio per insegnare italiano agli studenti stranieri. Tra di loro c’è, appunto, una cinese. Si chiama xie yu fei. “Csì gliu?” Le chiedo il primo giorno. “Si yuu fei” ripete lei. Poi vede la mia palese difficoltà e mi semplifica la vita: “Stella. “My name in italian is Stella”. Io insisto con Csì gliu. Perché mai dovrei chiamarla col nome italiano? Lei sorride. Dopo una settimana, noto che lo scrive anche sul registro delle firme. Xie Yu Fei – Stella”. Il nome, immagino, deve essere Xie Yu, e il cognome Fei. Come Roberta Cimmino. Poi noto che sul registro delle firme lei continua a tradurre Xie Yu Fei come Stella. Anzi, xie yu fei, tutto minuscolo, perché non conosce il concetto di maiuscolo per i nomi di persona. Ma se xie yu fei è il nome, qual è il cognome? Glielo chiedo dopo una settimana. -“Csiù” (mi ero già abituata a chiamarla così), -qual è il tuo cognome?- aggrotta le sopracciglia. -COOOGNOME, SURNAME- faccio io, come se alzando il tono di voce il significato della parola fosse più chiaro. “I don’t have a surname”, risponde lei. Eh? Meh, non ha capito nulla, penso io. “Come ti chiama tua mamma?” “Xie yu fei”, insiste lei. Se vabbè, ti chiama per nome e cognome? “Does she use name and surname???” “Yes. xie yu fei -” continua a scandire lei più lentamente, prendendomi probabilmente per rincoglionita. “Allora devo chiamarti Si yu fei? Non solo Csiù?” Annuisce. si yu fei.
Decido finalmente di capirci qualcosa. Prima di tutto, scopro che Xie yu, o come dicevo io “csiù”, non significa nulla. Chiamare xie yu fei solo Csiù è sbagliato, come se le persone decidessero di chiamarmi “Ci”. In secondo luogo, i cinesi, anche nei contesti informali si chiamano per nome e cognome. Fa parte della loro cultura. In terzo luogo, è solito dare alle ragazze nomi che alludono alla bellezza e alla gentilezza. Il solo “xiu” significa “ragazza promettente”, mentre è ancora da chiarire se Xiu sia effettivamente un cognome che, in cinese, va sempre prima del nome. Immagino i genitori di xie yu fei gioire per la nascita della propria figlia, scegliere il nome accuratamente e dargliene uno che potesse condensare una serie di caratteristiche, speranze, auguri. Un’intera storia, un’intera cultura erano nascosti dietro tre parole. Ed io le avevo completamente ignorate. Con una superficialità disarmante ho imposto le regole della lingua e della cultura italiana ad una lingua e cultura diversa dalla mia, sì, ma con la sua stessa dignità. Non ho pensato per un secondo che la mia cultura non fosse quella di xie yu fei. Solo dopo settimane ho capito che la ragazza che avevo di fronte a me non era Csiù e nemmeno Stella, probabilmente, ma si yu fei. Così, le ho chiesto di non firmare più col suo nome italiano. Lei è xie yu fei, non Stella. Dopotutto, diciamo William Shakespeare, mica Guglielmo Scuotilancia, Francis Bacon, mica Francesco Pancetta. Sottrarre il nome a chi si sente già lontanissimo dai propri affetti mi sembra un enorme atto di ingiustizia. Io non voglio conoscere Stella, io voglio sapere di xie yu fei. Si potrebbe dire che, siccome noi italiani chiamiamo le persone solo per nome, dovrei chiamarla Stella, o magari con una delle tre sillabe che significano il suo nome. Ma sento che, in questo modo, io non stia agevolando la sua integrazione nella cultura italiana, ma la stia solo snaturando. Non le stavo chiedendo di adattarsi alla nostra cultura, stavo ignorando che lei ne avesse una e che quella cultura formasse la sua stessa identità. Ho trattato xie yu fei come tratto “il cinese fuori casa mia”: ignorando la sua storia, ignorando chi sia stato prima di arrivare in Italia, come e perché ci sia arrivato; ignorando, tutto sommato, chi ci sia dietro la persona che io individuo come “cinesefuoricasamia”. Raccogliamo bene o male tutti nelle stesse categorie: il-pakistano-che-vende-i-fiori, la-polacca-che-viene-a-casa, il-tunisino-che-fa-i-lavori. E magari nessuno di loro è pakistano, polacco, tunisino. E ognuno di loro ha un nome e un cognome, che ignoriamo o che subito ci affrettiamo a ridurre a un suono a noi conosciuto. Non ci prendiamo,banalmente, il tempo per conoscere l’altro.
Oggi, per la prima volta in tre settimane xie yu fei ha detto spontaneamente una parola in italiano, prima di mostrarmi le foto di Shang Hai. “Aspetta”, mi ha detto, mentre cercava il cellulare nella borsa. Aspetto, xie yu fei, mi prendo tutto il tempo che ho, aspetto.
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Sogni (fatti) di amore

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Ieri pomeriggio mi è piombata addosso una verità scomoda, ma di cui avevo bisogno. Era una di quelle giornate in cui iniziavo ad avvertire il peso della luce del sole. C’è bel tempo, pensavo, eppure sono qui chiusa in casa. Stanca della mia pigrizia, due treni persi dopo mi ritrovavo alla fiera del libro a Napoli.  Raggiungo una mia amica ad un lontanissimo terzo piano, salendo le scale con l’affanno di chi, a ottobre, ancora non si è iscritto in palestra.

-Matteo Bussola ha da poco iniziato a parlare- mi informa una ragazza all’entrata della sala. Sospiro un “okay” cercando nella mia mente un viso o un libro a cui associare Matteo Bussola. Inutilmente, perché, lo ammetto, di lui non avevo mai sentito parlare. Mi siedo  scomposta, recupero il fiato, ho appena sfilato il braccio dalla manica della giacca di pelle e raccolto i capelli dietro al collo quando…

-L’amore è stare lì- 

La voce mi arriva chiara dal microfono. Lì, lì dove? Mi chiedo io, ora seduta con le mani sul banco, come una brava scolaretta. E poi continua: “Nelle relazioni, come nel lavoro, l’amore è stare lì. Se tu vuoi fare lo scrittore, l’amore è star seduto di fronte alla pagina bianca, fin quando non la riempi”. Avrebbe potuto rivelarmi tremila altre cose, che il mondo sta finendo o che gli alieni presto invaderanno la terra, la mia mente avrebbe continuato a gravitare per ore intorno a quell’unico: “L’amore è stare lì”. Ed ho pensato a quanto l’amore abbia a che fare con la dedizione, e quanto la dedizione con l’amore. Ci vuole una certa dose di costanza, testardaggine e coraggio a restare lì quando il vento sembra soffiarti contro. Non basta, non basterà mai, dire di amare qualcosa per poterla ottenere. Non si è mai amato da lontano. Bisogna volerlo. Troppo spesso capita di lamentarci, tra un sospiro e un altro, di quanto sia difficile realizzare i nostri sogni. A volte diamo per scontato che non li raggiungeremo, perché troppo ambiziosi, perché devi restare con i piedi per terra e perché -guarda me, io volevo diventare questo, ma poi la vita…-eccetera eccetera. Ma quanto è più facile adagiarsi sulla nostra pigrizia e raccontarci che i sogni non si realizzano, perché provarci davvero significherebbe mettere tutto in gioco, sentimenti compresi? Quanto è più facile raccontarci che non vogliamo innamorarci, che non abbiamo bisogno di una relazione, non ora (sempre “non ora”), perché non siamo disposti a farci male (che poi, magari, sarebbe farci del bene)? Restare lì significa assumersi la responsabilità dell’errore, nel caso in cui a restare lì tu abbia comunque perso tutto. Superare le nostre paure, o anche solo capire di avere paura è la vera sfida.

Ma, scriveva Herman Hesse, l’amore deve avere la forza di attingere da sé stesso. Ed ecco allora che alla base dell’amore, c’è l’Amore. Si resta lì con pazienza e dedizione, perché si vuole restare lì, e si vuole restare lì perché si ama ciò che si sta inseguendo. 

È il motivo per il quale, ieri pomeriggio, io sia rimasta lì, a farmi prendere a schiaffi da quell’affermazione, e me ne sia andata con la voglia di rimettermi in gioco, di tornare sulla mia strada. Che poi all’uscita dalla fiera, di strada ne abbia presa un’altra e mi sia persa, è un marginale dettaglio.

Aspettare Settembre

Questa mattina è stato il temporale a svegliarmi. Avevo da poco smesso di sognare quando un tuono mi ha fatto aprire gli occhi. Ho sempre attribuito al temporale un potere salvifico. Immagino la pioggia portar via i residui di un’estate di languore, la immagino ripulir le strade (quelle da me percorse) dalla polvere, ridurre in poltiglia ricordi già sbiaditi.

Mi sono girata e rigirata nel letto nella penombra della mia stanza. Sul comodino, tre libri aspettano di essere letti; sulla scrivania dei fogli sparsi sonnecchiano da un po’, e forse è giunto il momento di dargli una giusta collocazione. Tra l’altro, è il primo settembre, e se sbircio tra i post-it fissati sulla mia bacheca oggi potrebbe essere il giorno in cui sistemare i fogli, le e-mail, i libri, la mia vita eccetera eccetera. Ma è anche sabato, e la mia anima da procrastinatrice seriale sta già pensando di rimandare tutto a lunedì.

Il punto è: esiste davvero un momento giusto per iniziare qualcosa?

Aspettiamo il lunedì per fare una telefonata di lavoro, aspettiamo il week-end per poter uscire, aspettiamo settembre per andare in palestra, aspettiamo che lui si faccia avanti, aspettiamo, scriveva qualcuno, che sia troppo tardi. Forse per un’innata pigrizia o forse per la necessità che abbiamo di muoverci con lentezza, di essere sicuri di star andando nella direzione giusta, aspettiamo che sia il tempo a sistemare le cose, come se fosse un tappeto rosso che si dispiega nel suo lento procedere. Mentre noi siamo lì, con le mani sui fianchi, fermi al punto di partenza. E’ un diritto che prima o poi rivendichiamo tutti: crogiolarsi fino a quando siamo stanchi di farlo, girarsi e rigirarsi nel letto fino a quando le lenzuola sono troppo calde e l’aria troppo soffocante, persino in pieno inverno. Ognuno di noi ha il diritto (e mi piace pensare anche il dovere) di rimandare tutto a settembre, al lunedì, al week-end. Ma persino la procrastinazione richiede un esercizio sorvegliato: quello di non aspettare che sia troppo tardi, a meno che non lo desideriamo. Il tempo sistema tutto, è vero, ma dargli una spinta non può essere sbagliato quando stare fermi diventa più pericoloso dell’affrettarsi. Oggi (e probabilmente solo oggi) voglio credere che questo settembre andrò in palestra, che la mia lista di cose da fare sarà spuntata da cima a fondo. Oggi (e solo oggi) voglio credere che non aspetterò più il temporale per svegliarmi.

A settembre cosa?

Le ho provate tutte.

  • Ho lasciato che la mia migliore amica mi trascinasse in palestra con sé, un settembre di tre anni fa. Poi, però, sono partita per l’Inghilterra per sei mesi. Al ritorno era estate, e in estate fa caldo.
  • Ho fatto la prova gratuita di una palestra in cui andavano amici di amici. Ma il giorno dopo…no, non ricordo perché non ci sia più andata.
  • Ho lasciato di nuovo che la mia migliore amica mi trascinasse con sé. Poi però è partita lei. E si sa che se in palestra non vai con un’amica per spettegolare nello spogliatoio non bruci i carboidrati necessari.
  • Spoiler, i carboidrati si bruciano comunque. Ci sono andata, infatti, anche da sola. Per due mesi. Poi però dovevo laurearmi, e si sa che due impegni per volta non si possono portare a termine.
  • Mi sono laureata. Non ho impegni ma in palestra non mi sono ancora iscritta. Così come non ho spuntato i film dalla mia interminabile lista, i libri dalla mia interminabile lista (un’altra, sì), i miei buoni propositi dalla mia eccetera eccetera. E mi sono resa conto che quella del “a settembre vado in palestra” è solo una delle tante bugie che racconto a me stessa, ma che meglio mi identifica. Altro non sono, dopotutto, che una ragazza che compra più libri di quanti ne legge, che progetta più di quanto vive, che osserva più di quanto scrive. E che sospesa tra una serie infinita di “dovrei, vorrei, potrei” si prende di tanto in tanto una pausa e scarabocchia qualcosa su un diario o digita qualcosa su un laptop. Perché sì, ho avuto per tre anni un blog. Ma una lunga crisi di identità mi ha portato a scriverci sempre più di rado, fino alla necessità di aprire un nuovo blog, questo che state leggendo, per intenderci. Questa, però, è già un’altra storia. Magari ne scriverò a settembre.